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Tiger

A grande richiesta, ieri sono stata da Tiger.
Io da Tiger non ci vado più, ho smesso.
Ho seguito un rigido programma di disintossicazione durato diversi mesi, e fatto incontri settimanali in un gruppo di auto-aiuto ma ne sono uscita.
Ieri mi sono messa alla, prova. E ho vinto io, sì.
Sono uscita senza comprare nulla.
Ok.
Quasi nulla.
Le patatine alla panna acida e le caramelle di liquirizia salata non valgono.
Del resto devo pur sopperire ad una dipendenza con un’altra dipendenza no?
Ma sto divagando.
In realtà mi sono sempre chiesta come possa esistere un negozio come Tiger, e soprattutto come possa sopravvivere in una delle zone più care di Genova, dove suppongo che l’affitto del locali gli costi l’equivalente del prodotto interno del Bangladesh.
Tiger è il regno della cazzata, il paradiso del superfluo, il reame dell’inutilità.
Perché diciamo la verità: nella vita può succedere di avere bisogno di andare da Ikea per comprarsi un divano sottoprezzo, o da Decathlon per acquistare l’equipaggiamento da calcio per il figlio.
Ma credo di non avere mai sentito nessuno esclamare: “toh! Devo assolutamente procurarmi un set da minigolf per giocarci mentre sono seduto sulla tazza del cesso! Corro da Tiger!”
Ma ciò nonostante Tiger esiste e resiste, ed è fra noi.
Tiger aveva aperto a due passi da casa mia.
Io e Davide siamo stati azionisti almeno tre anni. Quando crescendo la quantità di cazzate è diminuita in proporzione inversa all’aumentare dell’età di Davide, Tiger ha inaspettatamente chiuso, dimostrando lo stretto legame tra la propria sussitenza e le centinaia di euro ivi spese in cazzate ogni mese.
Perché se entri da Tiger con un bambino, non puoi che uscirne con un carrellino pieno di minchiate, dal temperino a forma di naso alla spada di gommapiuma, passando per il modello sezionato della
rana fino a una quantità inusitata di quaderni e quadernini, tanto carucci quanto perfettamente inutili a qualsivoglia scopo.
Tiger, oltre ad essere il regno della cazzata, è il cimitero delle buone intenzioni.
Qualunque madre è cascata almeno una volta nella tentazione dei pacchi di perline, dei calendari dell’avvento fai da te, dei puzzle bianchi da dipingere insieme o dei fogli magnetici con cui fare bellissime… ehm.. graziose… diciamo accettabili calamite create dai piccoli geni che abbiamo portato in grembo.
Ma la quantità di stronzate acquistate finisce regolarmente in fondo al cassetto delle cose di casa, insieme ai rotoli di scotch semi-terminati, a penne scariche e una quantità di elastici con cui potresti legare capelli e mazzetti di basilico alle prossime cinque generazioni.
Non parliamo poi della sezione candele: di ogni foggia, colore o profumo.
Per un certo periodo a casa mia spuntavano candele in ogni stipetto, meglio del miglior Fantozzi tradito col panettiere.
Perché la candela tenta, ti fai subito il film di bagni caldi anche se hai la doccia, di serate romantiche e rilassanti a lume di candela, o fantastichi su qualche giochetto erotico che manco il marchese De Sade.
Ma ti scontri inevitabilmente con la realtà della frenesia di tutti i giorni, quando il tentativo di accendere i lumino si trasforma in un set di “Halloween – la notte delle streghe” o, nella peggiore delle ipotesi, rischi di addormentarti sul divano provocando un incendio.
Recentemente da Tiger hanno messo due nuove tentazioni: il pacco sorpresa e la possibilità di riempire il cestino di minchiate a 1€.
Il pacco a sorpresa mi tenta e mi inquieta al tempo stesso: come certe deformazioni che non vorresti guardare per non essere maleducata ma che non puoi fare a meno di osservare con morbosa curiosità.
Ma me ne tengo alla larga, terrorizzata di fare la fine del vaso di Pandora.
Mentre i prodottini ad 1€ sono la nuova frontiera delle droghe sintetiche.
Io lo so perché fanno così: iniziano con piccole dosi. Magari provi, ne compri qualcuno da propinare agli amici di tuo figlio alle feste di compleanno e finisci sommersa da uno tsunami di oggettini senza senso di cui non puoi più fare a meno.
Sono perversioni, che mi ricordano le scene dei pestaggi di “Arancia Meccanica” con la Gazza Ladra di Rossini di sottofondo.
Da Tiger invece sono le canzoncine in stile surf-rock anni ‘60, a fare da sottofondo e mentre canticchi allegra riempendo il cestino di trousse a forma di bocca e spugnette per i piatti rosa, elargisci con cattiveria gomitate e spintoni a chi osa accaparrarsi l’ultimo astuccio a forma di banana.
Nella testa in realtà ti risuona “eyes
Of the tiger” e tu ti muovi tra gli scaffali colorati come una novella Rocky Balboa, e solo all’uscita, carica di sacchetti e sacchettini potrai urlare “Adriana ce l’ho fatta!!”

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